Comunità di pratica

a cura di Valentina Mucciarelli

Il costrutto di comunità di pratica (CdP) nasce alla fine degli anni ’80 ed è maturato dentro un settore di ricerca nato in un ambito di confine tra studi educativi sull’apprendimento e studi organizzativi. Tale concetto è considerato in letteratura un precursore degli studi sulla conoscenza pratica e di come questa venga creata e custodita nei contesti sociali e lavorativi.

Nell’elaborazione di Wenger (2006), la CdP è descritta come un’aggregazione informale di attori che, nelle organizzazioni, si costituiscono spontaneamente attorno a pratiche di lavoro comuni sviluppando solidarietà organizzativa sui problemi, condividendo scopi, saperi pratici, significati, linguaggi.

Wenger sostiene che le CdP sono dappertutto: “tutti noi apparteniamo a delle CdP. A casa, al lavoro, a scuola, negli hobby, in qualunque fase della nostra vita, apparteniamo a svariate CdP. E quelle a cui apparteniamo cambiano nel corso della nostra vita. In effetti, le CdP sono dappertutto. Le famiglie […] sviluppano delle pratiche, delle routine, dei rituali, dei costrutti, dei simboli e delle convenzioni, delle narrazioni e delle vicende storiche. I familiari si odiano e si amano; concordano e dissentono. Fanno il necessario per tirare avanti. […] i lavoratori organizzano la propria vita con i colleghi e con i clienti in modo da poter svolgere la loro attività. Così facendo, sviluppano e preservano un senso di sé con cui possono convivere, divertirsi un po’ e soddisfare le esigenze dei datori di lavoro e dei clienti. Quale che sia la loro job description ufficiale, creano una prassi per fare ciò che bisogna fare. Pur essendo contrattualmente alle dipendenze di una grande istituzione, nella pratica quotidiana lavorano con […] un gruppo molto più ristretto di persone e di comunità. Gli studenti vanno a scuola e, quando si riuniscono per affrontare a loro modo gli impegni imposti da quella istituzione […], le comunità germogliano dappertutto: in classe come ai giardini, in modo ufficiale o sotterraneo. E nonostante il programma, la disciplina e le esortazioni, l’apprendimento che ha il più alto impatto trasformativo sul piano personale risulta essere quello che nasce dall’appartenenza a queste CdP. […]Negli uffici, gli utilizzatori dei computer si affidano gli uni agli altri per affrontare le complessità di sistemi sempre più oscuri. […] Le CdP fanno parte integrante della nostra vita quotidiana. Sono così informali e così pervasive da entrare raramente nel mirino di un’analisi esplicita, ma per quelle stesse ragioni sono anche del tutto familiari” (p. 13).

Wenger (2006) definisce le CdP come gruppi che:

  • nascono attorno a interessi di lavoro condivisi – in genere problemi comuni da gestire e risolvere in condizioni d’interdipendenza cooperativa – e si costituiscono (informalmente) come esito di forme di negoziazione (anche implicita) tra gli attori organizzativi;
  • si alimentano di contributi e d’impegni reciproci legati alla consapevolezza di partecipare a un’impresa comune;
  • dispongono di un repertorio condiviso inteso come l’insieme – costruito nel tempo – di linguaggi, routine, sistemi di attività, storie, valori, strumenti che ‘fissano’ – rendendo così riconoscibili le conoscenze – l’esperienza e la storia della comunità;
  • definiscono attraverso la partecipazione alla pratica l’identità individuale e collettiva “intesa come esperienza negoziata, come appartenenza alla comunità, come traiettoria di apprendimento, come relazione tra globale e locale” (ibidem, p. 153);
  • si fondano sui legami che si instaurano tra i partner mettendo in secondo ordine i “vincoli organizzativi di tipo gerarchico” (ibidem, p. 290);
  • vivono fino a quando persistono gli interessi comuni e fino a quando l’energia che alimenta l’insieme riesce a riprodursi con un certo grado di regolarità.

Questa schematica definizione mette in evidenza il fatto che attorno alla pratica si strutturano aggregazioni sociali spontanee di attori che nella pratica e attraverso la pratica, elaborano significati comuni, apprendono e costruiscono la loro identità soggettiva e collettiva (Wenger, McDermott, Snyder, 2007).

Il costrutto di CdP chiama in causa una teoria dell’apprendimento che interpreta il coinvolgimento nella pratica sociale come quell’esperienza fondamentale attraverso la quale individui e organizzazioni imparano e ‘diventano quelli che sono’. Tale costrutto offre un contributo fondamentale in termini di nuove chiavi di lettura sui processi di apprendimento e di conoscenza nei contesti lavorativi in una prospettiva di innovazione organizzativa. Al riguardo, Wenger e Lave (2006) approfondiscono il concetto di “apprendimento situato” distinguendolo dai tradizionali studi sull’apprendimento al lavoro e, in particolare, dalle forme storiche di apprendistato. L’apprendimento situato viene esplorato come forma di “partecipazione periferica legittima” e si configura come “parte integrante della pratica sociale nel mondo” (ibidem, p. 23).

Il concetto di partecipazione periferica legittima descrive come le persone che apprendono partecipano a una comunità di praticanti e come, attraverso, un processo sociale e collettivo diventano membri di una CdP. Questa forma di socialità costituisce la condizione di esistenza del sapere in azione e il meccanismo della sua perpetuazione e progressivo mutamento. La nozione di CdP suggerisce l’idea che ogni pratica generi delle forme di socialità e solidarietà, le quali, a loro volta, sostengono i processi di apprendimento individuale e colletivo.

Alla luce di quanto sopra, si può sostenere che il contributo degli studi sulle CdP è importante per tutti coloro che si occupano di studiare e supportare i processi di costruzione della conoscenza nelle organizzazioni poiché esse possono essere considerate i “mattoni” che costituiscono i sistemi sociali di lavoro e di apprendimento e, quindi, le leve su cui fare forza per supportare l’innovazione organizzativa.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Fabbri, L. (2007). Comunità di pratiche e apprendimento riflessivo. Carocci: Roma.
Wenger, E., McDermott, R., Snyder, W.M. (2007). Coltivare comunità di pratica. Prospettive ed esperienze di gestione della conoscenza. Trad. it., Milano: Guerini e Associati.
Wenger, E. (2006). Comunità di pratica. Apprendimento, significato e identità. Trad. it., Milano: Raffaello Cortina.
Lave, J., Wenger, E. (2006). L’apprendimento situato. Dall’osservazione alla partecipazione attiva nei contesti di apprendimento. Trad. it., Trento: Erickson.


PER L’APPROFONDIMENTO E LA RICERCA

Alessandrini, G., Pignalberi, C. (2011). Comunità di pratica e pedagogia del lavoro. Voglia di comunità in azienda. Lecce: Pensa Multimedia.
Alessandrini, G. (a cura di)(2007). Comunità di pratica e società della conoscenza. Roma: Carocci.
Fabbri, L. (2010). “Ricerca pedagogiche e pratiche lavorative”. In Fabbri, L. & Rossi, B. (a cura di), Pratiche lavorative. Studi pedagogici per la formazione. Milano: Guerini Studio, pp. 15-34.
Gherardi, S. (1998). “Apprendimento come partecipazione ad una comunità di pratiche”. In «Scuola democratica», v. 1, 2, pp. 247-264.
Gherardi, S., Nicolini, D. & Odella, F. (1998). “Apprendere nelle comunità di pratica e apprendere nei contesti di formazione tradizionali”. In Butera, F. & La Rosa, M. (a cura di). Formazione, sviluppo organizzativo e gestione delle risorse umane. Milano: FrancoAngeli, pp. 79-98.
Gherardi, S. (2000). “La conoscenza, il sapere e l’apprendimento nelle comunità nelle comunità di pratica”. In «Studi Organizzativi», 1, pp. 5-9.
Rossi, B. (2008). Pedagogia delle organizzazioni. Il lavoro come formazione. Milano: Guerini e Associati.enger, E. (2000). “Comunità di pratica e sistemi sociali di apprendimento”. In «Studi organizzativi», 1, pp. 11-34.

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