Educare

a cura di Pascal Perillo

Nel lessico quotidiano la parola “educare” è resa con il suo significato di “trarre fuori, allevare, condurre” (dal latino educĕre), traducendosi nella promozione dello sviluppo di facoltà intellettuali, estetiche e morali della persona attraverso l’esempio e l’insegnamento. Ma se ci riferiamo al latino educare, che significa “far crescere”, intendiamo l’atto dell’educare come il frutto di un processo intenzionale – strettamente collegato alla situazione spazio-tempo – finalizzato a modificazioni comportamentali più o meno stabili.

L’educare risponde a un «processo di trasmissione intenzionale collegato a problemi di carattere etico-filosofico; […] termine che racchiude in sé il criterio che venga realizzato qualcosa che ha valore e che ha, comunque, implicazioni normative». Si tratta di un processo di «strutturazione complessivo della personalità, ottenuto attraverso un’azione intenzionale da cui scaturiscono l’apprendimento, la socializzazione e l’inculturazione del soggetto» che ha una dimensione individuale, collettiva e istituzionale. L’intenzionalità dell’educare risponde a un’intenzione soggettiva, individuale o collettiva (finalizzazione dell’azione educativa) ma è anche da intendersi quale processo di significazione dell’azione umana che attiene tanto alla sfera della cognizione quanto alla sfera dell’emozione dell’uomo agente intenzionalmente nella storia. L’intenzionalità come fonte generativa connota e definisce l’atto dell’educare e l’esperienza di educazione, determinandone senso e significato: il “fatto educativo” esiste come esperienza interpretata e non come fatto in sé, rispecchiando il soggetto e il sistema di intenzioni che in (e attraverso) quel “fatto” si strutturano.

L’educare quale atto intenzionale ha, dunque, un carattere prevalentemente pratico e si realizza in uno spazio relazionale che è sempre asimmetrico. L’agire educativo dotato di senso si caratterizza come agire mediato da relazioni interpersonali (è un’azione relazionale – educatore/educando, educatore/educatore, educando/educando) ed è fortemente connotato dalla specificità delle singole situazioni in cui prende forma (è un’azione situata). È in questo senso che assume valore strategico una progettualità libera da schemi e modelli predefiniti orientata a costruire percorsi educativi possibili: il carattere intenzionale dell’educare si misura, infatti, con la concretezza e la reificazione.

L’intenzione di educare rimanda inevitabilmente all’azione e si legittima in una teoria dell’azione in virtù della quale l’agire come insieme di pratiche intenzionate diventa educativo nella misura in cui concorre a decantare in pratica le istanze valoriali per le quali esso è pensato e progettato. L’educazione come attività prassica è elaborata a partire da – e in funzione di – una finalità trasformativa, politica e culturale. L’azione educativa è azione sociale implicata in sistemi di norme, significati e tradizioni culturali che l’azione stessa (quando è educativa) contribuisce a formare e tras-formare. Educare è, infatti, parola implicitamente connotata in senso positivo: dire di una persona che è educata significa riconoscerle una buona educazione. Quando all’educare si aggiunge un oggetto (il cuore, la mente, la volontà, …) ci si riferisce allo sviluppo o all’affinamento di attitudini propriamente umane o, molto più genericamente, all’esercizio di specifiche abilità o competenze (per esempio, educare il corpo alla fatica). Per educare qualcuno a… (alla legalità, al sentimento, alla ragione, alla pace…) è necessaria una precisa forma di riflessione fondata su una razionalità prassica che legittimi e dia senso (educativo) all’agire: il quid dal quale parte la tensione verso… e, dunque, la volontà di educare.

Se intendiamo la pratica dell’educare come una pratica intenzionata che non si dispiega in una funzione meramente applicativa di teorie attraverso l’ordinamento e la gestione dei mezzi, ma si pone come critica regolativa dell’agire, pensiamo l’educare come azione rispondente ad una razionalità interna alla prassi che determina l’elaborazione e la ridefinizione di modelli e pratiche (appunto, educative). In questo senso l’educare risponde ad un processo riflessivo attivato da una situazione problematica e delineata attraverso la forma della ricerca. Dunque, la pratica educativa è intenzionata nella misura in cui c’è un educatore che sia in grado di attribuire ad ogni azione educativa una precisa dimensione di senso.

Educare significa agire in vista di un cambiamento, prefigurare possibilità di trasformazione sulla base di una situazione (l’esistente) problematica e richiede, per questo, l’ancoraggio costante al contesto e l’apertura necessaria all’utopia (il possibile). L’atto dell’educare, quindi, è un atto axiologicamente, socialmente e politicamente orientato. 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

F. Cambi (2005), Le intenzioni nel processo formativo. Itinerari, modelli, problemi, Pisa: Edizioni del Cerro; E. Colicchi (2011), Dell’intenzione in educazione. Materiali per una teoria dell’agire educativo, Napoli: Loffredo.
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M. Muzi (2001), Una pedagogia per il futuro prossimo, in F. Cambi, E. Colicchi, M. Muzi, G. Spadafora,Pedagogia generale. Identità, modelli, problemi, Milano: La Nuova Italia, p. 149.
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