Oggettualità

a cura di Silvia Fioretti

Per una disciplina scientifica il potersi riferire ad un proprio oggetto costituisce un requisito imprescindibile. Ogni scienza sembra occuparsi di un proprio oggetto ma lo stesso oggetto viene indagato da diverse scienze a seconda dello specifico punto di vista. Secondo Agazzi ogni scienza si attiene “ad una lista di predicati specifici” per poter costruire il proprio oggetto, ritagliato sulla base della propria metodologia, recuperando così “il senso forte dell’oggettività” scientifica.

Il discorso della scienza si contraddistingue, rispetto a quello comune, perché non è un discorso generale, bensì ristretto a certi precisi “ambiti di oggetti”. In questo senso, noi ricuperiamo la possibilità di dire che il discorso scientifico è “oggettivo” perché si “riferisce” in modo particolare soltanto a certi “oggetti”, dove, indubbiamente, il senso di questa frase conserva un implicito accento ontologico. Allora ecco la domanda: come si possono caratterizzare gli “oggetti” di una certa scienza? A questo proposito è diffuso un modo di pensare quanto mai insoddisfacente, secondo cui si immagina una tale suddivisione degli “oggetti” fra le varie scienze come una specie di spartizione dei beni per cui, di fronte all’universo, la botanica si piglia le piante, la zoologia gli animali, ecc. e ciascuna scienza si occupa delle “cose” che si è così recintata rispetto alle altre. Ora, con questo modo di ragionare non si fa molta strada, perché già con la fisica esso non funziona più. Quali sono infatti gli “oggetti” della fisica? Si potrebbe tentar di rispondere: i corpi materiali. Ma la risposta non soddisfa perché, ad esempio, anche una pianta è un corpo materiale, anche un cane è un corpo materiale, eppure abbiamo appena finito di dire che sono di competenza rispettivamente della botanica e della zoologia.

In realtà il discorso va rifatto completamente: qualunque “cosa” (e qui uso proprio “cosa” e “oggetto” come due categorie distinte) può in realtà essere “oggetto” di infinite scienze, a seconda dei punti di vista sotto cui la si considera. L’altoparlante, il microfono e l’amplificatore che servono in questo momento a me per parlare possono essere oggetto della scienza elettrica, se mi interessa conoscere le leggi che regolano o i loro circuiti e la trasformazione di impulsi sonori in impulsi elettromagnetici e viceversa. Possono essere oggetto della pura e semplice meccanica, se mi occupo della massa, del peso, dell’accelerazione con cui cadrebbe questo microfono abbandonato ad una certa altezza. Possono essere soggetto dell’economia, se mi interesso al prezzo, al valore di mercato di questi oggetti, e via discorrendo. Ogni “cosa” può essere in realtà “ritagliata” sotto tanti punti di vista, ciascuno dei quali ne stacca, ne ritaglia un oggetto specifico. Questa idea di “punto di vista” è solo una prima approssimazione. Infatti la posso subito precisare osservando che, quando dico che considero una cosa dal punto di vista della meccanica, vuol dire in realtà che ne parlo utilizzando solo tre predicati: massa, spazio e tempo, e pochi altri che posso definire partendo da questi. Oppure che ne parlo con altri predicati (a esclusione di quelli testé detti), se la considero come oggetto dell’economia: in questo caso i predicati saranno quelli di prezzo, valore, e via discorrendo. Ecco quindi che ogni scienza, in realtà, ritaglia il proprio ambito di oggetti non nel senso di attribuirsi una competenza su un certo insieme di “cose”, ma nel senso di attenersi a una lista di predicati specifici, servendosi dei quali parla delle varie cose.

Tutto diventa allora molto più semplice: se quanto abbiamo detto è esatto, ogni scienza tenderà a costruire proposizioni vere in cui entrino quei suoi predicati fondamentali, ed eventualmente altri che si possono ottenere definitoriamente a partire da quelli. Il problema diviene quindi: come accertare la verità di proposizioni che contengano quei predicati? È chiaro: ciascuno di essi dovrà essere corredato da alcune operazioni, che consentano di verificare il suo sussistere o meno. Si presenta quindi del tutto spontanea l’idea di introdurre, per ogni scienza, certi predicati-base in modo operativo; sono questi predicati-base che ritagliano gli “oggetti” a partire dalle “cose” e che, nello stesso tempo, ci mettono in presenza delle preposizioni immediatamente vere sugli oggetti, cioè dei dati.

Il discorso qui fatto è certamente molto compatto e necessiterebbe di molti dettagli che non è possibile fornire in questa sede. Esso dovrebbe però essere sufficiente a indicare come si possa recuperare il senso “forte” dell’oggettività, quando si intenda che il discorso scientifico è “oggettivo”, in quanto parla di “oggetti” e non di “cose”. È chiaro infatti che, a proposito degli oggetti, siccome questi vengono per così dire costruiti, ritagliati dalla metodologia stessa, risulta eliminata ogni distanza tra il discorso e il suo oggetto. Ma c’è di più possiamo infatti osservare che sussiste una coincidenza di fatto delle due oggettività, perché i predicati (come si è visto) sono introdotti operativamente, proprio grazie alle stesse operazioni che consentono l’accordo intersoggettivo. Perciò si dà qui una specie di parafrasi della situazione kantiana: le condizioni della possibilità dell’esperienza sono anche le condizioni degli oggetti dell’esperienza. Noi diremo che le condizioni perché si diano gli oggetti di una scienza, sono le stesse in base alle quali si possono conoscere intersoggettivamente questi stessi oggetti.

[Agazzi E., Analogicità del concetto di scienza, in V. Possenti (a cura di), Epistemologia e scienze umane, Massimo, Milano, 1979, pp. 73- 76]

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